Come è arrivato a scrivere il libro Der Baader Meinhof Komplex?
Sono stato vice direttore della rivista “konkret” dal 1966 al 1969, così conoscevo moltissime persone che più tardi avrebbero avuto a che fare con la RAF direttamente o indirettamente, inclusa Ulrike Meinhof. Nel 1970 sono andato a lavorare per la televisione pubblica tedesca NDR, dove ho fatto molti servizi sul tema del terrorismo. E avevo molte più informazioni rispetto ai miei colleghi, semplicemente perché conoscevo molte delle persone coinvolte negli eventi. Per anni è stato un argomento a cui mi sono interessato molto e alla fine ho deciso che volevo approfondire la mia conoscenza dei fatti e scrivere un resoconto più dettagliato possibile di quello che era successo.
Quale è stata la sua reazione quando Bernd Eichinger le ha proposto di trarre un film dal suo libro?
La mia reazione è stata: “Era ora!”. Erano vent’anni che volevo si facesse un film dal mio libro.
Secondo lei il film rende giustizia al libro?
Quando ho scritto il libro non volevo dare un giudizio sugli eventi ma volevo solo darne un resoconto più dettagliato possibile. Ecco perché ho fatto così tanto ricerche e perché ho raccolto così tanto materiale. In altre parole, ho cercato di arrivare il più vicino possibile agli eventi e alle persone coinvolte. Penso che sia per questo che il mio libro non risulta mai datato e non ha mai perso la sua importanza. Dall’inizio, ho avuto l’impressione che Bernd Eichinger e Uli Edel avessero il mio stesso scopo – come me, volevano raccontare la storia nella sua complessità e allo stesso tempo provare a tirare le somme. E penso che abbiano fatto un ottimo lavoro. Bernd Eichinger nella sua sceneggiatura è riuscito a condensare molto bene gli eventi di quei dieci anni. Per quello che posso dire io, le persone e il corso degli eventi sono stati resi molto bene. Sono stato profondamente colpito e molto commosso dal film.
Ci sono delle scene o dei momenti che l’hanno emozionata in maniera particolare?
Non sono uno che si commuove molto, ma ci sono alcune scene che mi colpiscono veramente. Vedere Ulrike Meinhof così disperata e vedere quanto sia incapace di districarsi da questo inferno in cui si è messa è la cosa che mi ha commosso di più. Martina Gedeck ha davvero saputo cogliere l’essenza del personaggio di Ulrike Meinhof. Il film ha una grande autenticità, a tratti sembra quasi un documentario. Vedi in continuazione immagini che noi tedeschi abbiamo visto sui giornali o in televisione, immagini che ora sono scolpite nella coscienza collettiva dei Tedeschi. Allo stesso il film mostra delle scene che un documentario non potrebbe mai mostrare e così si apre una nuova dimensione della storia. Lo trovo un aspetto molto interessante.
Come è stato vedersi come personaggio sullo schermo?
Credo, a un certo punto della mia vita, di essere stato proprio come mi hanno rappresentato. Penso che dal punto di vista visivo l’attore è stato scelto molto bene. C’è una scena in cui il mi9o personaggio intervista i genitori di Gudrun Ensslin. Nella vita reale questa intervista non è stata fatta da me ma da un altro giornalista. Ma visto che non intacca il corso della storia, la scena è assolutamente credibile dal punto di vista della drammaturgia. Ma naturalmente il film mostra degli eventi di cui sono stato testimone e che sono accaduti esattamente come sono stati rappresentati nel film. Per esempio la dimostrazione alla Casa editrice Axel Sprinter è incredibilmente vicina a quello che ho vissuto io quella sera.
Alcune persone credono ancora che Ulrike Meinhof, Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe non si siano suicidati ma siano stati uccisi. Lei cosa ne pensa?
Dopo la caduta del Muro di Berlino, è stato scoperto che diversi ex membri della RAF si erano nascosti nella Germania dell’ Est, dove avevano adottato una nuova identità. Tutti questi ex membri della RAF fecero delle dichiarazioni alla polizia, perciò si ebbero molte informazioni in più. Uno degli elementi più importanti di queste informazioni nuove fu il fatto che dopo l’assassinio di Hanns Martin Schleyer, ci fu una discussione molto franca tra i membri della RAF, durante la quale apparve chiaro che le morti di Meinhof, Baader, Ensslin e Jan-Carl Raspe furono dei suicidi. Ho fatto moltissime ricerche su questo tema. Volendo essere cinico, per il mio libro sarebbe stato meglio se i prigionieri della RAF fossero stati ammazzati a Stammheim. Però tutte le tracce che suggeriscono un influenza esterna sulle morti dei prigionieri della RAF non portano a nulla.