Come è nato il progetto di IL CANE E IL SUO GENERALE?
Alcuni anni fa, avevo per amico uno studioso di storia russa. Un giorno, parlandomi di San Pietroburgo, mi ha raccontato molti aneddoti e cose curiose sulla città, verificatisi nella maggior parte dei casi tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo. Sono stato particolarmente attratto da una di queste storie, che mi sembrava allo stesso tempo meravigliosa e fantastica. Riguardava un cane che, con l'aiuto di un generale, era riuscito a portare alla liberazione degli uccelli imprigionati nelle gabbie. Proprio a partire da questo ho iniziato a scrivere una storia. Ho inizialmente realizzato un libro intitolato "Il generale e Bonaparte", che contiene la stessa storia di questo cartone animato. Forse è un po' più approfondita, ma il resoconto è identico. Riguardo al generale, ho pensato che avesse fatto parte di quei generali che hanno incendiato Mosca durante la battaglia contro Bonaparte. Per far questo aveva utilizzato degli uccelli, ai quali aveva infiammato le ali. E da allora, gli uccelli ce l’avevano con lui. Molti anni più tardi il generale, quando è ormai invecchiato e vive da solo, conservando solo la memoria della moglie scomparsa, adotta un cane. E insieme a lui decide di liberare tutti gli uccelli. Ma la cosa che mi sembrava più importante era quella di trasmettere ai bambini, attraverso questa storia, l'idea della libertà: fare loro capire che gli animali hanno bisogno della libertà.
Da dove è venuta l'idea di realizzare un cartone animato?
All'inizio avevo cominciato a lavorare con un grande maestro dell'animazione russa, Andrej Khrajanovski, con il quale avevo già collaborato per altri due film, ‘Il leone dalla barba bianca’ e ‘Il lungo viaggio’ basato sui disegni di Federico Fellini. Poi, per varie ragioni di produzione, il progetto è arrivato in Francia ed è stato affidato a Francis Nielsen.
Come è avvenuto il passaggio dal libro allo schermo...
Il libro che avevo scritto era diverso. Per esempio, conteneva più dialoghi. Occorreva partire dal principio che questa volta erano le immagini, molto più delle parole, che avrebbero raccontato la storia. In compenso, ed è una cosa che ho sempre in testa quando scrivo una sceneggiatura, era necessario mantenere una struttura solida. Il libro è molto più lungo: adattandolo per il cinema avremmo ottenuto un film di circa quattro ore. È dunque stato necessario ridurre, semplificare, ma senza toccare lo ossatura della storia, che è rimasta la stessa.
Quali caratteristiche deve avere una sceneggiatura per un cartone animato?
Ho lavorato in quattro occasioni per l’animazione. Ed ogni volta mi ripetevo che occorreva fare molta attenzione ai dialoghi. È molto difficile costruire un dialogo per un cartone animato. Non c’è niente di peggio in questo tipo di film che una sceneggiatura troppo “parlata”. È una cosa che non mi piace molto. In generale, da quanto posso vedere, tutto ciò richiede una tecnica molto forte, all'americana. Per questo film abbiamo fin dall’inizio, già nella fase dell'adattamento, ricercato una tecnica più semplice, più poetica, meno perfetta. Ci sono degli errori ma sono, secondo me, gli stessi che popolano l’immaginazione di un bambino. La perfezione mi annoia, mi rompe le scatole… (ride). Come quella del cinema americano, per esempio. Sono molto più a favore della ricerca di quelle emozioni che erano nella mia immaginazione quando ero bambino.
Cosa intende per errori?
Penso che proprio nella non perfezione si trovi la poesia. Ho spesso in testa la citazione di un monaco cinese del decimo secolo che diceva piu’ o meno così: occorre fare cose che superano la banale perfezione. La nostra preoccupazione in questo film non era che i personaggi sembrassero veri. No, sono i personaggi di una favola. Camminano nell'aria. Non sono sulla terra. Vagano nella memoria dello spettatore. Credo del resto che solo così sia possibile identificarsi con gli eroi di questa storia. La fiaba si costruisce attorno all'errore. Voglio dire che secondo me la fiaba esprime una rottura con la realtà. La fiaba è il mezzo per ritrovare la poesia dell'infanzia. Un modo di ricreare il reale, ma in modo imperfetto. Allo stesso modo, credo che la dolcezza di questo film nasca proprio dalla distanza fra la sua realizzazione e la tecnica perfetta.
Lei conosce perfettamente l'opera di Sergej Barkhin con il quale ha precedentemente lavorato. Come definirebbe il suo stile?
I disegni di Barkhin sono difficili. Sono lontani dalla realtà. C'è qualcosa nelle sue opere che ha a che fare con il teatro. Lui è come me, gli piacciono le imperfezioni. La sua realtà è più reale della realtà e, allo stesso tempo, più lontana da essa. C'è una grande forza nei suoi disegni. Vi vedo pensieri, idee che vanno al di la’ della cornice del disegno.
Come si è svolta la vostra collaborazione?
Già di partenza c'è una complicità tra noi. Mi piacciono le cose che fa e lui apprezza il mio lavoro. Abbiamo discusso molto di questo film. All'inizio l’avevamo scritto per Mastroianni. E nel libro i disegni di Barkhin si ispirano al viso di Marcello anziano. Avevamo anche pensato, Barkhin ed io, di inserirvi momenti in cui Mastroianni avrebbe interpretato il generale. E nel progetto iniziale, il generale aveva le caratteristiche di questo immenso attore.
Lei ha lavorato con Francis Nielsen. Come e’ intervenuto nella realizzazione globale del progetto?
Abbiamo discusso soprattutto al momento dell'assemblaggio. Gli ho consigliato di rallentare alcune scene, tagliare in due la battaglia. Il film - ed è normale - differisce dalla sceneggiatura e da ciò che avevo immaginato. Ma discutendone tutti i giorni, provando varie versioni e lavorando sulla musica, composta da mio figlio, tutto si è sistemato.